Jessica Campbell, Nirvana, 2018, Photo: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.
Jessica Campbell, Nirvana, 2018, Photo: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.

Jessica Campbell (Victoria, 1985) è un’artista e fumettista canadese con base a Chicago. I suoi disegni di satira, le sue strisce comiche e i suoi lavori tessili raccontano il suo immaginario che l’artista usa per mostrare il mondo dal suo punto di vista, spesso rivelando la società sessista in cui ancora viviamo.

Il 18 dicembre, al Museo di Arte Contemporanea di Chicago, è stata inaugurata la sua mostra personale, Chicago Works, perlopiù incentrata sui suoi lavori fatti con i tappeti.

 

Cosa presenterai per la mostra al MCA? Sei emozionata per questa opportunità?

Si certo! Si tratta di una grande opportunità, la mia prima mostra personale all’interno di un museo.

La mostra sarà in due ambienti differenti.

Per le opere della prima sala ho deciso di prendere ispirazione dalla Cappella degli Scrovegni di Giotto. Insegno storia del fumetto e questa, in parte, consiste nel parlare anche di ciò che è accaduto prima della nascita ufficiale del fumetto e, secondo me, il lavoro di Giotto può essere inteso come una sorta di proto-fumetto, un fumetto delle origine.
Il modo in cui ci rapportiamo a un fumetto e quello in cui ci avviciniamo ad un’opera d’arte sono completamente differenti: il fumetto è qualcosa che si legge velocemente, rispetto al quale è necessario comprendere la sequenza temporale alla base, mentre, davanti ad un’opera d’arte, ci è richiesto di osservare e di dare un’interpretazione. Mentre pensavo come connettere questi due atteggiamenti critici, mi sono resa conto che Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, era già riuscito a raggiungere questo obbiettivo, unendo l’atto del vedere a quello del leggere.
Così, partendo da questo modello di ispirazione, ho realizzato una stanza completamente rivestita di tappeti, più specificatamente da 24 pannelli in tappeto che riprendono la forma dei pannelli utilizzati da Giotto e che vanno a creare una composizione narrativa. I riquadri rappresenteranno alcuni eventi autobiografici, ma anche alcuni tratti dalla vita di Emily Carr (1871-1945), famosa pittrice proveniente dalla mia città natale, Victoria.
Studiando la sua biografia ho scoperto di avere molti aspetti in comune con lei e ho notato, tra l’altro, che in alcuni casi le nostre vite si sono letteralmente incrociate: anche lei era una fumettista e anche lei si è dedicata ai tappeti. Perciò ho deciso di mescolare assieme le nostre vita, con il fine di ottenere qualcosa di indistinguibile, una completa fusione.

Jessica Campbell, Vancouver Street, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 121 cm
Jessica Campbell, Vancouver Street, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 121 cm. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.

Nella seconda sala, sulle pareti, ci saranno dei disegni cosiddetti “illeggibili” perché ricoperti da uno strato di gesso che renderà difficile la lettura della superficie. Essi rappresentano alcuni dei fumetti che Emily fece quando era giovane e che non vennero mai pubblicati.

Jessica Campbell, Resurrection, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.
Jessica Campbell, Resurrection, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.

Inoltre sul pavimento ci saranno alcuni tappeti riproducenti alcune delle opere d’arte in mostra

Studio dell'artista. Courtesy Jessica Campbell.
Studio dell’artista. Courtesy Jessica Campbell.

nel 1933 all’ Art Institute di Chicago per la mostra Century of Progress. Emily venne a Chicago una sola volta, proprio per visitare quella mostra, ma arrivò che la mostra era terminata e quindi non fu mai in grado di visitarla. Quindi ho deciso di riprodurre alcuni dei lavori che avrebbe dovuto vedere, in particolare alcuni nudi femminili, dimostrando così anche che la presenza delle donne nell’arte occidentale è innanzitutto nelle vesti di muse, non di artiste.

Infine ho realizzato una sorta di catalogo nel quale vi saranno le strisce comiche associate a ciascuno dei pannelli in mostra, una sorta di spiegazione della storia narrata.

 

Quindi qual è il tema principale di questo progetto? Le vostre vite, la tua e quella di Emily? O le vostre vite sono utilizzate come un espediente per affrontare temi più complessi?

Certamente in molti casi la mostra riguarda la vita di Emily e soprattutto la sua complessità: era una grande pittrice, ma molte opportunità le vennero negate a causa del suo essere donna; aveva un atteggiamento quasi reverenziale nei confronti della cultura indigena e molti dei suoi lavori su tappeto lo dimostrano, ma, nello stesso tempo, aveva anche uno sguardo paternalista e colonialista nei confronti di questa cultura d’origine.

Quindi il progetto certamente parte da questa sua complessità, una complessità che può essere anche intesa in modo generale e applicata al contemporaneo. Infatti in tutti i miei lavori è sempre centralo lo humor, il femminismo, le politiche di genere, elementi di oscurità e tristezza, qualcosa tuttavia che non cerco consciamente nel mio lavoro, ma che nasce spontaneamente e naturalmente.

Jessica Campbell, The Brutal Telling, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.
Jessica Campbell, The Brutal Telling, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.

Quando e perché hai deciso di utilizzare il tappetto come un medium artistico?

Inizialmente ho utilizzato il tappeto sul pavimento: avevo fatto un’installazione con un tappeto a terra, alcuni poster e libri. Lo scopo era quello di ricreare una finta versione della mia camera da letto da teenager. Avevo deciso di creare quel tappeto, ripensando alla sensazione tipica della mia adolescenza, quella sensazione di depressione e infelicità costanti, che mi spingevano ad abbandonarmi per terra, sul mio tappeto, tutto il tempo, senza la voglia di fare nulla.

Poi ho cominciato a fare dei tappeti in bianco e nero, riproducendo un muro in mattoni; anche questi li usavo per terra, per connettere assieme le varie parti che componevano le mie installazioni.

Jessica Campbell, That's What She Said, 2015, Installation view (inclusi lavori di Etta Sandry), Roots & Culture. Foto: Robert Chase Heishman e Emily Kay Henson
Jessica Campbell, That’s What She Said, 2015, Installation view (inclusi lavori di Etta Sandry), Roots & Culture. Foto: Robert Chase Heishman e Emily Kay Henson

Quindi, all’inizio, i tappeti non erano i protagonisti del tuo lavoro.

No, facevano solo parte dell’installazione.

Poi ho deciso di creare un’immagine partendo dal tappeto, in particolare creando dei collage con questo. Ho iniziato con dei lavori di piccole dimensioni. A quel tempo stavo per fare un’esposizione in una galleria, avevo pensato di mostrare questi lavori in tappeto, mettendoli a pavimento, come sempre. Tuttavia, a causa di problemi tecnici connessi con lo spazio della galleria, non mi fu possibile lavorare sul pavimento e decisi di sfruttare questa opportunità per esporre i miei tappetti a parete.

Jessica Cambell, Bria 2016, Installation view, the Sub-Mission. Foto: Robert Chase Heishman e Emily Kay Henson
Jessica Cambell, Bria, 2016, Installation view, the Sub-Mission. Foto: Robert Chase Heishman e Emily Kay Henson

Ma come realizzi i tuoi tappeti?

Per questa mostra in particolare, ho utilizzato due metodi diversi, entrambi basati sulla tecnica del tappeto.
Per i lavori più semplici [ad esempio quelli composti da due forme e colori] faccio uno stencil delle figure che andrò a creare partendo dal tappeto, poi le taglio e le unisco.
Poi c’è una seconda tecnica, più complicata: su una tavola faccio uno schizzo della scena che voglio realizzare, taglio le varie parti da tappeti di diversi colori e poi le applico sulla tavola, creando la scena.

All’inizio passare dalla carta al tappeto è stato particolarmente complicato perché ancora non conoscevo le limitazione imposte da un medium come il tappeto, innanzitutto la difficoltà di rendere i dettagli.Ora è più facile perché ho capito di dover essere flessibile, so che qualcosa del progetto iniziale cambierà quando traslato sulla superficie del tappeto.

Schizzi. Courtesy Jessica Campbell
Schizzi. Courtesy Jessica Campbell

Ma dove trovi i tappeti per i tuoi collage?

Inizialmente usavo i tappetini da bagno. Poi, quando ho cominciato a lavorare al progetto per il MCA, mi è stata necessaria una grande quantità di superficie tessile. Quindi ho preso contatti con una società che produce tappeti che mi fornisce gli scarti di produzione.
Sono molto felice di questa soluzione perché questo riciclo di tappeti mi permette anche di creare un’opera d’arte ecologicamente corretta.

Hai mai pensato che alcuni temi diventassero più incisivi affrontati sul tappeto?

Penso che il tappeto rimandi inevitabilmente ad alcuni aspetti culturali per la sua componente visuale e materica. I tappeti sono legati all’arte di genere e all’artigianato tradizionalmente di genere, questo mi pare inevitabile.Tuttavia penso che si possa parlare di femminismo con differenti media artistici.
Invece cosa ne pensi tu? Secondo te il tappeto è più adatto ad affrontare alcuni temi rispetto ad altri?

Jessica Campbell, Clearing, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.
Jessica Campbell, Clearing, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.

Non propriamente. Tuttavia penso che, grazie al tappeto, nei tuoi lavori si venga a creare un forte contrasto che rende il tema affrontato più incisivo. Da una parte i tuoi lavori presentano una superficie morbida che affascina e attrae le persone, dall’altra i temi che affronti sono duri e difficile e spesso allontanano le persone. Quindi penso che questo contrasto renda il tuo lavoro più penetrante.

Si, il contrasto è decisamente qualcosa che ricerco sempre nel mio lavoro. Proprio per questo motivo mi piace utilizzare uno stile da fumetto, dare al lavoro quell’aspetto quasi infantile, per parlare tuttavia di temi complicati e cupi.

Jessica Campbell, Blue Sky, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.
Jessica Campbell, Blue Sky, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.

Cosa pensi di fare dopo la mostra al MCA? Userai ancora il tappeto nei tuoi lavori?

Al momento non ho ancora il tempo di pensare che cosa farò dopo questo progetto, ma sono sicura che vorrei sperimentare di nuovo, forse anche con materiali diversi dal tappeto.

Jessica Campbell, House of All Sorts, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.
Jessica Campbell, House of All Sorts, 2018, tappeto in acrilico su pannello, 91 x 122. Foto: James Prinz, courtesy of Western Exhibitions.

Ludovica Matarozzo