Vittorio Mascalchi, Mixage, handmade woolen carpet, sardi
Vittorio Mascalchi, Mixage

A cavallo fra il 1987 e il 1988 in Sardegna, più precisamente a Nuoro, si è tenuta una mostra che ha segnato un momento importante per la storia dei “tappeti d’arte” in Italia. Una mostra di un solo mese, ma in grado di presentare oggetti di grandissima qualità.
Purtroppo l’interessante esperimento sardo è stato quasi completamente dimenticato.

Locandina Nuovi Tappeti Taccas
Locandina della mostra “Taccas. Nuovi tappeti sardi”

Tutto nacque dall’iniziativa dell’A.R.P Studio di Oristano, gestito dagli architetti Fresu ed Erby, e da Peter Pfeiffer. Questi invitarono 24 fra artisti, architetti e designer (Luca Alinari, A.R.P. Studio, Enrico Baj, Andrea Branzi, Arduino Cantafora, Fernando De Filippi, Lucio Del Pezzo, Michele De Lucchi, Edoardo Franceschini, Bruno Gregori, Ugo La Pietra, Vittorio Mascalchi, Alessandro Mendini, Bruno Minardi, Aldo Mondino, Marcello Morandini, Adolfo Natalini, Franco Raggi, Aldo Rossi, Mimmo Rotella, Ettore Sottsass, Emilio Tadini, Matteo Thun, Emilio Veronesi) a progettare un tappeto, poi prodotto a mano dalla comunità di tessitrici di Zeddiani, in particolare dalle sorelle Brai.
Scopo dell’iniziativa era da una parte riportare interesse e attenzione sulla tecnica tradizionale della tessitura sarda, dall’altra quello di rinnovare la composizione visuale del tappeto tradizionale chiamando grandi personalità artistiche a reinterpretare tale manufatto.

Operazioni di tal genere non erano nuove in Italia; certamente capofila di questa tipologia di sperimentazione sull’arte tessile è stato il movimento futurista che già a partire dal 1910 ha cominciato a produrre i primi tappeti “futuristi”. Esperienze successive sono state poi la collaborazione fra Mario Schifano e la Manifattura Bosmann o ancora quella fra Giuseppe Capogrossi, Arnaldo Pomodoro e le Manifatture di Beuvais per le quali i due artisti nel 1963 realizzarono dei cartoni per tappeti.

Collezione nata dalla collaborazione fra Mario Schifano e le Manifatture Bosmann, 1983
Collezione nata dalla collaborazione fra Mario Schifano e le Manifatture Bosmann, 1983

Ma l’esperienza di Nuoro, rispetto a quelle pregresse, ha degli aspetti ulteriormente innovativi: innanzitutto per la prima volta venne radunato un numero consistente di artisti, 24, appartenenti a diverse correnti artistiche contemporanee. Inoltre non vennero scelti solo artisti, ma anche architetti e designer, cosicché questa collezione di tappeti costituisce ancora oggi un interessante spaccato della situazione artistica dell’Italia degli anni 80’.
Inoltre l’operazione non mirava solo alla trasformazione delle opere di questi personaggi in semplici manufatti tessili, ma mirava a creare un profondo dialogo, una sinergia fra tessitrici e artisti, raggiunta anche grazie alla presenza fisica degli stessi artisti sull’isola. Un dialogo non sempre facile, dal momento che si basava sul raggiungimento di un equilibrio fra la tradizione locale del tappeto e i vari e nuovi stimoli provenienti dagli artisti italiani.

Proprio per il suo portato innovativo questa iniziativa trovò il sostegno dell’Istituto Etnografico che decise poi di organizzare la mostra Taccas. Nuovi Tappeti Sardi presso il Museo Etnografico di Nuoro, dove il termine “taccas” indica le intaccature presenti nella trave superiore orizzontale del telaio sardo.

Marcello Morandini, Tappeto Volante, Nuovi Tappeti Sardi
Marcello Morandini, Tappeto Volante, tappeto in lana fatto a mano, catena e sfera di metallo

Il progetto, iniziato nel 1980, era stato pensato nei minimi dettagli dall’ A.R.P Studio e da Pfeiffer. Innanzitutto si era scelto il paese di Zeddiani perché ancora all’epoca era presente una forte realtà operativa legate a diverse forme di cultura materiale, tra cui il tappeto.
Inoltre le tessitrici utilizzavano il telaio verticale e la tecnica del tappeto “a stuoia”, tecnica che permette di raggiungere un alto livello di perfezione esecutiva, ma che, tra l’altro, è la più antica dell’isola ed è anche quella che ha subito meno contaminazioni rispetto a tecniche di più recente acquisizione. Tra l’altro lo stesso tappeto sardo ha un valore e un significato particolare essendo un prodotto di artigianato dalla precisa identità, sviluppatosi in un territorio isolato che ha permesso che mantenesse inalterate alcune sue caratteristiche tecniche e linguistiche.
Quindi era un’operazione assolutamente indirizzata a rinnovare la tradizione del tappeto tramite l’intervento degli artisti, senza tuttavia che questa comportasse un’operazione di “acculturazione o colonialismo culturale”[1] rispetto a questo folclore.

Gli artisti erano stati poi invitati a realizzare dei progetti grafici, tutti nello stesso formano, ricalcati poi su carta trasparente quadrettata, dove ogni riquadro corrispondeva ad un numero preciso di fili dell’ordito.
Molto spesso la traduzione fedele degli elaborati degli artisti non era così immediata, ma era frutto di nuovi accorgimenti, come l’acquisizione di un nuovo impianto progettuale.
Interessante poi il processo di colorazione, sempre manuale, che, ovviamente aumentava la sua complessità in relazione al numero delle variazioni di tono proposte dal progettista. Ad esempio il tappeto Orfeo di Fernando De Filippi è stato realizzato con circa 20 toni di azzurro.

Fernando De Filippi, Orfeo, tappeto in lana fatto a mano, Nuovi Tappeti Sardi
Fernando De Filippi, Orfeo, tappeto in lana fatto a mano

Si nota bene come questa operazione sia stata quindi un’occasione di innovazione e di sperimentazione della tecnica a stuoia, che grazie alle problematiche sollevate dagli artisti ha potuto compiere vari progressi. Ma soprattutto questa operazione è servita per recuperare la creatività tipica del tappeto sarda, da tempo ingabbiata nella ripetizione di moduli compositivi ormai tipici e ripetitivi. Infatti Gillo Dorfles, nell’introduzione al catalogo della mostra, ha sottolineato bene il problema che caratterizza questo tipo ti manufatto, ovvero il rischio “di ripetere a sazietà moduli senza avere il coraggio o la possibilità di crearne nuovi ed inediti”[2].

Ovviamente alcuni progetti sono maggiormente riusciti rispetto ad altri.
Alcuni di questi tappeti si limitano a essere la trasposizione sul tessuto delle opere d’arte dei singoli autori; in questo caso i tappeti assomigliano più a dei quadri da appendere che a qualcosa da vivere, da calpestare e da guardare dall’alto verso il basso. È quello che succede con il tappeto di Enrico Baj che presenta un omaggio a Muybridge e ai suoi studi sul movimento che perde parte della sua forza se vista distesa sul pavimento.

Enrico Baj, Omaggio a Muybridge, tappeto in lana fatto a mano, sardi
Enrico Baj, Omaggio a Muybridge, tappeto in lana fatto a mano

Ci sono poi alcuni tappeti dove l’elemento costruttivo architettonico prevale; è il caso del tappeto di Aldo Rossi che ha approfittato dell’occasione per presentare, in versione monumentale, uno dei suoi primi progetti, quello per il monumento alla resistenza di Segrate che qui assume un valore ritmico e compositivo.

Aldo Rossi, Monumento, tappeto di lana fatto a mano, sardi
Aldo Rossi, Monumento, tappeto di lana fatto a mano

 

O ancora il caso dell’ A.R.P. Studio che disegna sul tappeto una costruzione illusionistica, le scale di un pozzo che conducono verso la parte più profonda della sorgente, una scelta tematica legata all’antica tradizione degli abitanti di Oristano di ritrovarsi periodicamente, per motivi rituali, al pozzo di Santa Caterina. In questo caso è il tappeto a diventare il punto focale dell’intera comunità.

A.R.P. Studio, Abba, tappeto di lana fatto a mano, sardi
A.R.P. Studio, Abba, tappeto di lana fatto a mano

Altri artisti hanno invece tenuto conto di quelle che Gillo Dorfles sottolinea essere delle costanti per la costruzione dell’assetto visivo del tappeto, ovvero il fatto che sia un oggetto da vedere dall’alto e che debba essere pensato per presentare una veduta uguale rispetto ad ognuno dei suoi quattro lati. Sono quei tappeti dove l’elemento decorativo ha la meglio e dove quindi si è raggiunti davvero lo scopo di rinnovare lo stile compositivo del tappeto sardo tradizionale.

Un esempio per tutti è Ugo La Pietra che presenta un tappeto costellato di isole, che vanno così metaforicamente a sottolineare la funzione stessa del tappeto, un oasi all’interno di una stanza, in grado di produrre sensazioni ed emozioni molto diverse rispetto agli altri mobili con cui entriamo in contatto, un elemento morbido in grado di trasmettere calore e senso di appartenenza.

Ugo La Pietra, Senza Titolo, tappeto di lana fatto a mano, sardi
Ugo La Pietra, Senza Titolo, tappeto di lana fatto a mano

Sebbene esperienze del genere siano ormai all’ordine del giorno e vengano proposte quasi in modo meccanico e poco creativo, è bene sottolineare le origini innovative di tale fenomeno, di un progetto come quello sardo che, usando le parole dell’artista Alessandro Mendini, vanno a sottolineare il fatto che “il tappeto è un oggetto fra i più esemplari dell’epoca post-industriale”[3], capace di unire artigianato e tecnologia, sperimentazione e tradizione, arte e funzionalismo.

Alessandro Mendini, Senza Titolo I, tappeto di lana fatto a mano, sardi
Alessandro Mendini, Senza Titolo I, tappeto di lana fatto a mano

[1] Giovanni Liliu, “Prefazione” in Taccas. Nuovi Tappeti Sardi, catalogo della mostra, Nuoro, Istituto superiore regionale etnografico,1987, p. 7.
[2] Gillo Dorfles, “Tappeti, artisti, artigiani in Sardegna e in Italia” in op.cit., p.18.
[3] Alessandro Mendini, “Elogio del tappeto” in op.cit., p. 21.

Ludovica Matarozzo